Luciano Fabro - "Abitare lo spazio"
Redazione Art-Vibes | On 27, Ott 2026
Raffinatezza intellettuale, libertà sperimentale, sensibilità percettiva: la prima retrospettiva museale dedicata a Luciano Fabro in Italia dopo la sua scomparsa.
di Redazione Art Vibes
– Picture: Luciano Fabro – Habitat (di Aachen), 1983. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Ricostruzione a cura di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro). Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio.
Figura centrale dell’arte italiana del dopoguerra, Luciano Fabro (Torino, 1936 – Milano, 2007) è stato un esponente di spicco del gruppo dell’Arte Povera, dimostrando tuttavia un’attitudine alla ricerca individuale e mai omologata. Fin dagli esordi, ha sviluppato una personale indagine sul concetto di abitare lo spazio, inteso come campo dinamico di azione, esplorando al contempo lo sguardo, l’esperienza e la relazione dello spettatore con l’opera e con l’ambiente.
La sua ricerca, che prende inevitabilmente in considerazione gli Ambienti Spaziali di Lucio Fontana (1899-1968) e la riflessione concettuale sviluppata da Piero Manzoni (1933-1963), ha approfondito nello specifico gli aspetti linguistici della scultura, considerandola strumento necessario per leggere e interpretare le forme dell’esperienza e ridefinendo in modo peculiare il rapporto tra l’elemento scultoreo e lo spazio circostante.
Fabro ha sperimentato le potenzialità espressive di materiali diversi, dai più tradizionali come il marmo, il vetro e il bronzo, a quelli meno consueti come la seta e il piombo, ciascuno scelto per le sue qualità sensoriali ed evocative.

Luciano Fabro – La Dialettica, 1985. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Allestimento a cura di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro), The Museum of Modern Art, New York. The Norman and Rosita Winston Foundation, Inc. Fund and purchase, 1986 (scultura in marmo) Collezione privata (orecchini e ragnatela). Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio
Influenzate dal rinnovato interesse per la sensibilità barocca, le sue opere attraverso l’utilizzo di superfici riflettenti, vetro e specchi che frammentano e moltiplicano lo spazio circostante, accentuano il gioco di contrasti e la relazione tra presenza e assenza, visibile e invisibile.
Nell’intersezione tra scultura, pittura e architettura, Fabro mette in atto processi che ne esaltano le reciproche contaminazioni, impiegando forme apparentemente semplici per generare significati complessi. Definendo la pittura come “visione” e la scultura come “rivelazione”, l’artista ha creato un corpus di opere aperto e stratificato in cui materiali e linguaggi si intrecciano in una ricerca al tempo stesso riflessiva e sensuale, rigorosa e dinamica.
Accanto alla produzione artistica, Fabro ha sviluppato un rigoroso approccio teorico, offrendo contributi significativi alla teoria dell’arte, fondati su una meticolosa riflessione concettuale e lasciando anche una ingente produzione testuale.
Al centro del suo pensiero vi è una tensione costante tra la dimensione autonoma dell’opera d’arte, intesa come forma compiuta e principio di ordine, e quella dell’esperienza sensibile, attraverso cui l’opera acquista significato nel confronto con il mondo reale.
Le sue sculture e installazioni si configurano così come luoghi di equilibrio tra questi due poli, dove rigore concettuale e percezione, autonomia formale e relazione, convivono in una condizione di continua apertura.
Questa solida base intellettuale ha alimentato la creazione di opere immaginifiche e stratificate, spesso caratterizzate da un sottile registro ironico, capaci di innovare e ampliare il campo della scultura contemporanea.
A oltre un decennio dall’ultima mostra internazionale al Museo Reina Sofía di Madrid (2014), la retrospettiva italiana offre anche un’occasione per riflettere sul profondo legame tra Luciano Fabro e la città di Milano. Trasferitosi in città nel 1959, dopo l’infanzia trascorsa in Friuli, l’artista trovò nel vivace contesto culturale milanese un terreno fertile per lo sviluppo della propria ricerca.
Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta fondò la Casa degli Artisti insieme a Hidetoshi Nagasawa (1940-2018) e Jole De Sanna (1947-2004), trasformandola in un laboratorio di confronto e sperimentazione aperto alle nuove generazioni. Dal 1983 al 2002 insegnò inoltre all’Accademia di Belle Arti di Brera, ispirando numerosi artisti e artiste sia di quell’epoca sia delle generazioni successive.

Luciano Fabro – Sala Pentagonale, 1970 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Ricostruzione a cura di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro). Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio
“Abitare lo spazio” è il titolo della prima retrospettiva museale dedicata a Luciano Fabro in Italia dopo la sua scomparsa nel 2007. La mostra in Pirelli HangarBicocca, a cura di Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí con la collaborazione di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro), presenta circa cinquanta sculture e installazioni tra le più rilevanti del suo percorso artistico.
L’esposizione approfondisce l’approccio concettuale e formale dell’artista allo spazio, indagando il modo in cui esso dialoga con la percezione di chi lo abita.
In particolare, viene dato risalto alla ricerca percettiva e spaziale avviata dall’artista negli anni Sessanta, tracciandone l’evoluzione dalle prime sperimentazioni con superfici specchianti, agli esiti dei cinquanta anni successivi fino ad arrivare a strutture e spazi architettonici più complessi, spesso realizzati in carta, che l’artista definiva “habitat”: ambienti ideali, autonomi o integrati in spazi esistenti, concepiti per accogliere e attivare le sue opere.
Il concetto di habitat attraversa la ricerca di Fabro fin dagli anni Sessanta, sebbene il termine venga utilizzato dall’artista a partire dagli anni Ottanta. L’habitat di Fabro coniuga la dimensione materica e artigianale con la tensione teorica e filosofica.
La nozione richiama la duplice origine etimologica: il verbo habito che significa abitare un certo luogo e il sostantivo habitus, inteso come aspetto esteriore, forma del corpo, abbigliamento.
In questa prospettiva, l’habitat diventa uno spazio da attraversare, un luogo da abitare, ma anche un dispositivo capace di orientare la percezione e generare relazioni. Unendo scultura, architettura e pittura, Fabro crea percorsi, prospettive ed elementi architettonici per trasformare la percezione dello spazio.
Concepiti sia come interventi all’interno di spazi espositivi esistenti sia come ambienti autonomi, gli habitat superano la neutralità del white cube attraverso l’impiego di materiali leggeri ed effimeri, come la carta e la luce, che definiscono nuovi assetti spaziali e accolgono altre opere dell’artista.
Per molti aspetti, questi ambienti richiamano la dimensione accogliente che risale alle atmosfere delle piazze barocche e si collocano nell’ambito delle sperimentazioni di urbanistica radicale e relazionale sviluppate tra gli anni Sessanta e Settanta.
L’opera non viene quindi soltanto osservata, ma vissuta e abitata, all’interno di un sistema dinamico in cui spazio, corpo e percezione si influenzano reciprocamente.
Fabro definiva l’habitat come un topos: un luogo costruito capace di generare logos, e dunque senso, relazione e comunità. Riportando le parole dell’artista, “È quindi chiaro che le installazioni non mi interessano: creano una costruzione fittizia in una situazione fittizia.
L’Habitat, invece, non è fittizio. È del tutto reale: la luce è reale, un muro è un muro. Non è mimesi, appartiene a una situazione in cui si è presenti, presuppone che qualcuno sia lì. Altrimenti, non è un Habitat”.
Il percorso espositivo in Pirelli HangarBicocca alterna singole opere a grandi nuclei ambientali che comprendono al loro interno più lavori, concepiti come parti di un unico dispositivo spaziale, e ad alcuni habitat ricostruiti nelle Navate dopo la scomparsa dell’artista, sulla base delle sue indicazioni progettuali.
La mostra si apre con La Dialettica, 1985, realizzata per la Biennale di Parigi dello stesso anno, e presentata secondo l’allestimento originale concepito dall’artista per la Grande Halle de la Villette.

Luciano Fabro – Nord, Sud, Est, Ovest giocano a Shanghai, 1989- 94. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Collezione privata Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio
Una scheggia di marmo segnata da striature verticali, sul cui fronte levigato sono scolpiti un occhio e una bocca. Da un foro che attraversa il marmo salgono due cavi che sorreggono una ragnatela formata da catenelle d’ottone che si innalza fino al culmine della copertura dello spazio industriale.
Il titolo rimanda al dipinto Dialettica (o Industria), 1575-77 di Paolo Caliari (1528-1588), detto il Veronese, un olio su tela che si trova sul soffitto della Sala del Collegio di Palazzo Ducale a Venezia che Fabro reinterpreta in modo concettuale attraverso il marmo e la fragile struttura di ottone.
Nella prima sezione della mostra, viene approfondito il concetto di spazio personale, parte dell’investigazione che l’artista sviluppa a partire dagli anni Sessanta. Emblematico è In cubo, 1966, un telaio in legno rivestito su cinque lati da tele bianche che il visitatore deve sollevare per entrare in uno spazio raccolto, rimanendo allo stesso tempo connesso percettivamente con il mondo esterno grazie alla luce che filtra attraverso.
Concepita come un luogo personale, l’opera trasforma il corpo del visitatore in parte integrante della propria configurazione. La prima versione era calibrata sulle misure dell’artista stesso: le dimensioni corrispondevano all’altezza di Fabro e alla larghezza dell’apertura delle sue braccia, sottolineando l’assenza di distinzione tra soggetto e oggetto e la continuità tra il “fuori” e il “dentro”.
Successivamente Fabro ne realizzò anche una versione “per Carla” (la critica d’arte Carla Lonzi, molto vicina all’artista). In Pirelli HangarBicocca, vengono presentate cinque varianti dell’opera di diverse dimensioni, offrendo ai visitatori la possibilità di trovare quella più adatta alla loro altezza.
Proseguendo lungo il percorso espositivo, si incontra Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia. Lo spirato, 1968-73, un giaciglio in marmo e uno dei lavori più iconici di Fabro.
La raffinatezza con cui sono trattati i drappeggi evoca la tradizione della scultura barocca. Fabro, in dialogo con la storia, da artista contemporaneo rende visibile la presenza attraverso l’assenza.
Il corpo sotto il lenzuolo non c’è più, ma è presente, sul lenzuolo e sul cuscino, la memoria del suo ingombro e del suo peso. L’artista rende visibile l’attimo in cui il corpo si è già sfilato e il lenzuolo si sta man mano adagiando sul materasso, stimolando in questo modo la nostra memoria e la nostra immaginazione. Come spiega Fabro stesso il soggetto dello spirato è il lenzuolo, “non è un tema narrativo, ma una proposizione: ciò che sta tra il pieno e il vuoto, non un soggetto preesistente, né reale né irreale, né raccontato.”
Al centro delle Navate, viene presentato l’Habitat (di Rotterdam), 1981, concepito da Luciano Fabro per la sua retrospettiva al Museum Bojimans Van Beuningen di Rotterdam nel 1981.

Luciano Fabro – È la vita è la storia è la morale, 1995. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Collezione privata. Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio
Lo spazio è allestito riproducendo fedelmente l’assetto originale, preservandone le dimensioni e la suddivisione in cinque corridoi definiti da pareti ricoperte di carta. Al suo interno, sono esposte una ventina di opere, tra cui alcune delle celebri Italie, creando così una sorta di retrospettiva nella retrospettiva.
L’articolazione dello spazio e la disposizione delle opere, collocate sulle partizioni e negli interstizi tra di esse, derivano da una composizione geometrica dinamica basata su una serie di cerchi che si sviluppano a partire da un punto di fuga e si rapportano alle dimensioni dello spazio museale di Rotterdam.
Le tracce di questa composizione, idealmente proiettata anche all’esterno dell’edificio, riaffiorano sul pavimento sotto forma di linee bianche che ne rendono visibile l’andamento, estendendo l’immaginazione oltre lo spazio reale. Attraverso pareti e strutture in carta, Fabro crea un ambiente fatto di scorci, aperture e percorsi da attraversare, invitando il pubblico a esplorare nuove relazioni tra materia, spazio e percezione. Come lo definiva lo stesso artista, si tratta di “un luogo-topos… il luogo dell’eccitazione dei sensi”.
Successivamente si incontrano opere legate alla riflessione cosmologica e all’indagine sullo spazio metafisico, tra cui Il Sole, 1997 e La Luna, 1997.
La prima è composta da una sequenza ritmica di elementi in marmo incisi con un motivo solare radiale e disposti orizzontalmente, richiamando una colonna dorica. In contrapposizione, la seconda è una scultura cilindrica verticale scolpita in marmo scuro di Portoro.
Attraverso riferimenti architettonici e mitologici, Fabro attribuisce alle sue opere la capacità di trasmettere conoscenza e costruire una memoria culturale nel tempo. Nella stessa sezione è poi installato uno degli ultimi lavori di Fabro ancora inedito: Eclissi di cielo, 2006.
Presentate insieme, le tre opere evocano alcuni temi centrali nella sua pratica quali le sperimentazioni con il volume, la linea, la tensione spaziale e l’esplorazione delle dualità grazie a un sistema di opposti: luce e buio, bianco e nero, leggerezza e pesantezza, cambiamento e radicamento, orizzontalità e verticalità, apertura e chiusura, frammento e totalità.
Il Cubo ospita infine È la vita è la storia è la morale, 1995, presentata alla Biennale di Venezia del 1997. Si tratta di una grande struttura sospesa alta 5 metri, articolata su tre livelli che corrispondono ai concetti evocati dal titolo e concepiti dall’artista come strettamente interdipendenti.
Il livello superiore, dedicato alla morale, è costituito da una stampa in acetato sostenuta da un filo di seta e richiama l’immagine di un cielo stellato evocata da Immanuel Kant (1724-1804).
Nel mezzo, si trova la storia composta da un tessuto che riproduce il negativo dei lenzuoli dello strato inferiore, la vita. Quest’ultimo deriva da un diagramma tratto da un grafico presente nel romanzo The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (1759) di Laurence Sterne (1713-1768), che Fabro assume come rappresentazione dell’esistenza: un percorso non lineare, segnato da continue interruzioni e deviazioni.
– Exhibition info: Luciano Fabro – “Abitare lo spazio”. A cura di Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí con la collaborazione di Silvia Fabro (Archivio Luciano e Carla Fabro)
– When: 8 ottobre 2026 – 21 febbraio 2027.
– Where: Pirelli HangarBicocca, Milano.
– website: pirellihangarbicocca.org











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