Edoardo Tresoldi - "Selva"
Redazione Art-Vibes | On 03, Ott 2026
Un’installazione nel cuore di Roma che invera l’idea di un luogo in cui cielo e terra si annodano in un unico gesto, dove si esprimono un attaccamento, una provenienza, un’esistenza. Un nuovo incontro tra arte e architettura, natura e costruzione, memoria e contemporaneità.
di Redazione Art Vibes
Picture: Edoardo Tresoldi – “Selva“, Piazza Mignanelli, Roma. images via: @Pm23Official
Non per nostalgia, né per impartire una lezione, ma per riportare alla luce ciò che l’abitare ha sempre custodito in silenzio: con l’installazione intitolata “Selva“, presentata dalla Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, Edoardo Tresoldi invera l’idea di un luogo in cui cielo e terra si annodano in un unico gesto, dove si esprimono un attaccamento, una provenienza, un’esistenza.
La sua opera si staglia come un bosco di memoria, un ricordo che appartiene alla storia di un’intera specie prima ancora che a quella di un singolo artista.
E il luogo che la accoglie è Roma, la città per eccellenza della stratificazione, dove ogni passo calpesta un secolo.
Per chi la vive ogni giorno, Selva, allestita in Piazza Mignanelli, è un’interruzione gentile: lo sguardo, assuefatto alla familiarità, si ferma e scopre qualcosa di nuovo in ciò che credeva di conoscere.
Per chi arriva da lontano, è una presenza del nostro tempo che si inserisce nel racconto millenario della città. Due sguardi, due modi di appartenere, si incontrano nello stesso spazio.
Il gesto più profondo dell’opera si definisce nel costruire una soglia comune tra chi abita Roma e chi vi approda, anche solo per qualche giorno, e diventa per un istante suo cittadino. Entrare nella Selva significa riconoscere ciò che ci unisce, sotto lo stesso cielo sostenuto da colonne che sono, da sempre, alberi.
Testo curatoriale di Piergiorgio Caserini
È noto che nel costruire v’è da sempre stato un ordine simbolico. S’edifica un santuario, un tempio, una casa, un villaggio o un grattacielo in luoghi appropriati, capaci di sostenere e amplificare le visioni di chi costruisce. È nell’esito strabiliante d’uno stupore che s’accenna al sacro.
Nella risorgiva che zampilla in una pianura, nella cresta rocciosa che ricorda il profilo d’un viso. È in questi casi che il paesaggio sembra parlare al cosmo, e in quelle visioni esso v’entra e come un genio vi si annida. Là s’andrà a costruire. Per offrire ad altri la benedizione di ciò che uno sguardo ha colto per caso, o per non dimenticare più ciò che ha provato.
Esistono così architetture che conservano nelle loro forme boschi, quelle che ripetono pianure, quelle dei fiumi e delle montagne, e poi quelle di città. Non è possibile vedere in ogni architettura una capanna, e in ogni capanna un bosco?
I tronchi degli alberi sostengono le chiome, che scosse al vento giocano in luce su un tappeto di foglie. Già non si scorge, in tali immagini, l’idea d’una casa?, l’accenno d’una costruzione a venire? Non è vero che s’entra in una stanza passando per un quadrato di pioppi?, che ogni colonna ben inastata al suolo sostiene la schiena del cielo, portando con sé l’immagine di quell’albero nella foresta?
Edoardo Tresoldi, con Selva, invita al ricordo e pesca dal naturale oblio della storia questa struttura genetica e fondativa dell’architettura: l’immagine indelebile della colonna, presa nella sua necessità formale e nell’eco d’albero ch’essa porta con sé.
Non per nostalgia, non per avvisaglia o lezione, ma per ripetere con chiarezza ciò che è sempre implicito nell’abitare: un luogo nel quale s’esprimono i principi d’un attaccamento, d’una provenienza e di una esistenza, dove il cielo e la terra s’annodano in un gesto.
Il ricordo d’un abitare che non è transitorio, ma che ribadisce uno sguardo e un’esigenza tanto profondi che abbracciano la storia d’una specie intera.
– website: piazzamignanelli23.com/











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